L’intelligenza artificiale (AI) può decidere come verrò operato? Questo discorso è emerso con un paziente che aveva letto online una notizia sull’uso dell’AI applicata alla chirurgia ortopedica. Il tema dell’intelligenza artificiale ormai tocca qualsiasi settore, anche il nostro.
Alcuni pazienti sono convinti che ormai ci pensa l’intelligenza artificiale. Si parla continuamente di robot, algoritmi e sistemi sempre più evoluti. Sui giornali sembra quasi che la tecnologia abbia preso il posto del medico e che basti premere un pulsante perché tutto venga deciso automaticamente. La realtà è molto diversa.
L’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il modo in cui prepariamo un intervento di protesi d’anca o di ginocchio, ma non prende decisioni al posto del chirurgo. Sarebbe un errore pensarlo. Ancora oggi, e credo sarà così ancora a lungo, la responsabilità della scelta chirurgica resta completamente umana.
La vera rivoluzione avviene molto prima dell’ingresso in sala operatoria. Quando un paziente arriva alla mia osservazione, il mio lavoro non consiste semplicemente nello stabilire se impiantare una protesi. Devo capire quale protesi utilizzare, come posizionarla, quali deformità correggere e soprattutto quali invece rispettare per mantenere la biomeccanica naturale dell’articolazione. È un processo molto più complesso di quanto possa sembrare osservando l’intervento dall’esterno.
L’AI può essermi d’aiuto in questa fase, in quanto mi fornisce strumenti sempre più sofisticati per analizzare il caso con una precisione che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile.
La chirurgia inizia molto prima della sala operatoria
Molti pazienti immaginano che l’intervento inizi quando vengono accompagnati sul lettino operatorio. In realtà, per me, la chirurgia comincia giorni prima, quando studio il caso. Analizzo le radiografie, la TAC quando necessaria, valuto l’allineamento degli arti inferiori, osservo la qualità dell’osso e cerco di comprendere come quella persona utilizza realmente la propria articolazione.
Due ginocchia che presentano quadri radiografici sovrapponibili possono richiedere interventi completamente diversi. Lo stesso vale per l’anca.
Negli ultimi anni i software basati sull’AI hanno reso questa fase molto più precisa. Attraverso algoritmi di machine learning e reti neurali dedicate all’elaborazione delle immagini mediche, il sistema riesce a ricostruire automaticamente un modello tridimensionale dell’anatomia del paziente partendo dalla TAC o, in alcuni casi, anche da semplici radiografie.
Il software identifica automaticamente femore, tibia, acetabolo e tutte le strutture ossee coinvolte. Calcola gli assi anatomici e biomeccanici. Misura le deformità. Simula il posizionamento della protesi e suggerisce le dimensioni più appropriate dell’impianto. Per un chirurgo tutto questo significa avere una quantità enorme di informazioni prima ancora di iniziare l’intervento.
Questo si traduce in una pianificazione chirurgica estremamente precisa e personalizzata.
Sfatiamo un mito
Molte persone pensano che chirurgia robotica e AI siano la stessa cosa.
- L’intelligenza artificiale lavora prevalentemente nella fase di pianificazione. Analizza immagini, elabora dati clinici e costruisce modelli predittivi.
- Il robot, invece, entra in gioco durante l’intervento e traduce quella pianificazione in un gesto chirurgico estremamente preciso.
Il robot non sceglie, ma esegue. La decisione di correggere un ginocchio varo di un certo numero di gradi, di rispettare una determinata anatomia oppure di modificare l’orientamento della protesi resta una responsabilità esclusiva del chirurgo.
È un punto sul quale insisto spesso anche parlando con i miei colleghi. Una tecnologia estremamente sofisticata utilizzata senza esperienza clinica rischia di trasformarsi in un falso senso di sicurezza. Al contrario, un chirurgo esperto utilizza questi strumenti come un supporto per affinare ulteriormente la propria strategia, senza rinunciare al ragionamento clinico che resta il cuore di tutta la chirurgia protesica.
Cosa riesce a fare oggi l’intelligenza artificiale
Quando si parla di AI, spesso si pensa a qualcosa di misterioso o quasi fantascientifico.
Questa tecnologia ha la capacità di prevedere con grande accuratezza quale protesi verrà utilizzata durante l’intervento. Diversi studi pubblicati negli ultimi anni hanno dimostrato che i sistemi di pianificazione assistiti dall’intelligenza artificiale riescono a individuare la misura corretta dell’impianto in oltre il 90% dei casi. Una pianificazione accurata riduce le modifiche intraoperatorie, rende l’intervento più fluido e permette di affrontare con maggiore serenità anche situazioni anatomiche particolarmente complesse.
Esistono poi algoritmi capaci di prevedere alcuni aspetti del decorso postoperatorio. Analizzando età, condizioni cliniche, peso corporeo, eventuali patologie associate e numerosi altri parametri, questi sistemi possono stimare il rischio di trasfusioni, complicanze oppure recuperi più lenti rispetto alla media.
Se so che un paziente presenta caratteristiche che aumentano il rischio di determinate complicanze, posso programmare l’intervento in modo diverso, ottimizzare la preparazione preoperatoria e costruire un percorso ancora più sicuro.
Cosa dicono gli studi scientifici
Quando introduco una nuova tecnologia nella mia pratica clinica, mi chiedo sempre se migliora il risultato per il paziente oppure rende soltanto più affascinante l’intervento.
Negli ultimi anni diversi gruppi di ricerca hanno confrontato la pianificazione tradizionale con quella assistita dall’AI. I risultati sono interessanti. Uno studio pubblicato nel 2022 su oltre 5.400 pianificazioni di protesi di ginocchio ha dimostrato che i modelli di machine learning riducono di quasi il 40% le correzioni che il chirurgo deve apportare al piano iniziale durante l’intervento. Allo stesso tempo aumenta significativamente la precisione nella scelta della misura delle componenti protesiche femorali e tibiali.
Anche nella protesi d’anca stanno emergendo dati molto promettenti. Alcuni studi pubblicati nel 2025 hanno mostrato una maggiore accuratezza nel posizionamento degli impianti, una riduzione della perdita di sangue durante l’intervento e una migliore ricostruzione della biomeccanica dell’anca. Nei primi mesi dopo l’intervento i pazienti hanno ottenuto punteggi funzionali superiori rispetto alla chirurgia pianificata con metodiche tradizionali.
Quando vi è integrazione tra AI e chirurgia robotica, si registrano anche un miglioramento dell’allineamento protesico, una maggiore precisione nei tagli ossei e una riduzione del sanguinamento intraoperatorio. Anche il dolore nelle prime settimane dopo l’intervento tende a diminuire e il recupero funzionale risulta più rapido.
Sono risultati incoraggianti. Ma sarebbe scorretto affermare che l’intelligenza artificiale renda automaticamente migliore qualsiasi intervento. La qualità del risultato continua a dipendere dalla capacità del chirurgo di interpretare quei dati e di utilizzarli nel modo corretto.
L’intelligenza artificiale ha anche dei limiti
Oggi si tende a presentare l’AI come una soluzione universale. Personalmente preferisco considerarla uno strumento estremamente evoluto che possiede grandi potenzialità ma anche limiti:
- Qualunque algoritmo apprende dalle informazioni che riceve. Se il database utilizzato per addestrarlo è incompleto, poco rappresentativo oppure contiene errori, anche le indicazioni generate potranno risultare meno affidabili.
- L’algoritmo conosce la statistica. Il chirurgo conosce la persona. L’AI analizza geometrie, misure e probabilità. Io, durante la visita, valuto anche aspettative, stile di vita, richieste funzionali, qualità dei tessuti molli, eventuali compensi sviluppati negli anni e numerosi elementi che nessun software riesce ancora a interpretare nella loro complessità.
La direzione che stiamo seguendo è dunque quella della collaborazione. Negli anni abbiamo assistito all’introduzione della navigazione computerizzata, della chirurgia robotica, della pianificazione tridimensionale e oggi dell’intelligenza artificiale. Nessuna di queste innovazioni ha eliminato la necessità di avere chirurghi preparati.
Anzi, più la tecnologia diventa sofisticata, maggiore deve essere la capacità di interpretarla.
Personalmente, utilizzo tutti gli strumenti che possono migliorare la precisione dell’intervento quando ritengo che offrano un vantaggio per quella specifica persona.
La chirurgia protesica moderna sta diventando sempre più personalizzata. L’AI contribuirà sicuramente a rendere la pianificazione ancora più accurata, permetterà di prevedere meglio alcune complicanze e renderà sempre più affidabili i modelli anatomici tridimensionali. La letteratura scientifica sta già dimostrando miglioramenti nella precisione del posizionamento degli impianti, nell’allineamento articolare e in diversi indicatori perioperatori.
Un chirurgo esperto che sa integrare la propria conoscenza clinica con gli strumenti più evoluti disponibili offre al paziente qualcosa di molto più prezioso della semplice innovazione: una decisione costruita sulla persona.



