Il chirurgo ortopedico nell’era della robotica: formazione specialistica e aggiornamento costante

chirurgo ortopedico nell’era della robotica

La chirurgia robotica ha cambiato il modo in cui possiamo pianificare ed eseguire alcuni interventi di protesi d’anca e di ginocchio. Quando se ne parla, però, preferisco lasciare da parte sensazionalismi e falsi miti. Il robot non è un chirurgo autonomo che entra in sala operatoria e prende il controllo dell’intervento, così come utilizzare una piattaforma tecnologicamente avanzata non rende automaticamente migliore una procedura chirurgica. 

Ciò che la robotica ha cambiato nell’ortopedia riguarda la quantità e la precisione delle informazioni che oggi abbiamo a disposizione. Possiamo studiare l’anatomia del paziente attraverso modelli tridimensionali, programmare il posizionamento delle componenti, controllare l’allineamento e valutare durante l’intervento alcuni parametri biomeccanici con una precisione che in passato si raggiungeva difficilmente.

Proprio perché gli strumenti sono diventati più sofisticati, però, è cresciuta anche la responsabilità di chi li utilizza. Un chirurgo deve sapere cosa sta chiedendo alla macchina, interpretare ciò che il sistema gli restituisce e riconoscere quando quei dati devono essere messi in discussione. 

Per me, prima viene la conoscenza dell’ortopedia e della chirurgia protesica, poi arriva la capacità di utilizzare la tecnologia. Per questo ritengo così importante la formazione. 

Cosa fa la chirurgia robotica

Nella chirurgia ortopedica moderna utilizziamo prevalentemente sistemi assistiti o semi-autonomi. Significa che il chirurgo continua a controllare la procedura, mentre la piattaforma lo supporta nell’esecuzione di alcune fasi.

Durante una protesi di ginocchio, ad esempio, devo studiare l’anatomia del paziente, l’asse dell’arto, i tessuti molli e il bilanciamento dei legamenti. La robotica aumenta le informazioni che ho a disposizione: può ricostruire un modello tridimensionale dell’articolazione, supportarmi nella pianificazione dell’impianto e guidare alcune fasi dell’intervento, segnalando eventuali deviazioni rispetto al piano. Avere più dati, però, non significa avere automaticamente la risposta giusta. È il chirurgo che deve interpretarli, metterli in relazione con ciò che osserva durante l’intervento e decidere come utilizzarli nel singolo caso.

Negli ultimi anni siamo arrivati a sistemi capaci di integrare pianificazione digitale, navigazione, registrazione intraoperatoria, sensori e informazioni sul bilanciamento articolare. Di fronte a un ginocchio varo o valgo, per esempio, posso quantificare la deformità e ragionare con maggiore precisione sulla correzione. Posso verificare ciò che sto ottenendo mentre procedo e, se necessario, modificare la pianificazione.

Ma la macchina non conosce il paziente come lo conosco io. Può elaborare una quantità enorme di informazioni anatomiche e biomeccaniche, ma non guarda come cammini, non ascolta quanto il dolore limita la tua vita, non sa se hai già esaurito le alternative conservative e non può stabilire se aspettare sia ancora ragionevole oppure se sia arrivato il momento di operarti.

Il robot non decide quale compromesso biomeccanico abbia senso accettare e non interpreta autonomamente un tessuto che si comporta diversamente da quanto previsto. Se emerge un imprevisto, è il chirurgo a dover leggere la situazione, modificare il piano e, quando necessario, proseguire con la tecnica convenzionale.

La tecnologia, quindi, può aumentare enormemente le informazioni e la precisione a nostra disposizione. Ma più informazioni abbiamo, più diventa importante sapere quali utilizzare. È una distinzione che considero importante anche per chi deve scegliere a quale chirurgo affidarsi: conoscere una macchina e saper operare sono due competenze differenti. La robotica si aggiunge all’esperienza clinica e chirurgica, non la sostituisce.

Dalla prima protesi robotica alle piattaforme di oggi

La robotica ortopedica ha una storia di oltre trent’anni: già nei primi anni Novanta vennero eseguiti interventi di protesi d’anca con l’assistenza di sistemi robotici. Da allora la tecnologia è cambiata profondamente. Dai primi sistemi maggiormente autonomi siamo passati a piattaforme soprattutto assistive, nelle quali il chirurgo mantiene il controllo dell’intervento e utilizza il robot come strumento di supporto alla pianificazione e all’esecuzione.

Oggi possiamo disporre di molte più informazioni sull’anatomia, sull’allineamento, sul posizionamento delle componenti e, con alcuni sistemi, sul comportamento dell’articolazione durante l’intervento. Ed è proprio qui che l’evoluzione tecnologica incontra la formazione: più informazioni ho a disposizione, più devo essere preparato a interpretarle e a decidere quali siano realmente utili per quel paziente.

L’importanza della formazione

La formazione continua è parte integrante della chirurgia robotica. Un chirurgo formato su una determinata piattaforma alcuni anni fa non può pensare che quell’esperienza sia sufficiente per utilizzare allo stesso modo qualsiasi sistema successivo. 

  • La prima formazione riguarda l’ortopedia. Prima di imparare a utilizzare una piattaforma robotica bisogna conoscere la chirurgia protesica d’anca e di ginocchio, saper valutare correttamente il paziente, stabilire l’indicazione all’intervento, conoscere l’anatomia e la biomeccanica e saper affrontare una procedura anche con tecnica convenzionale. La preparazione comprende diagnosi, chirurgia protesica e ricostruttiva, gestione delle complicanze e soprattutto capacità di scegliere quando un intervento sia indicato.
  • Dal punto di vista della formazione robotica specifica, bisogna conoscere il funzionamento della piattaforma, i sistemi di calibrazione e registrazione, imparare la pianificazione digitale e trasferirla correttamente all’intervento. Poi servono simulazione, attività pratica, osservazione e casi eseguiti sotto supervisione prima di arrivare all’autonomia. Le raccomandazioni internazionali prevedono infatti un percorso che comprende formazione teorica, addestramento sul dispositivo, simulazione e successiva attività su procedure reali.

Ma la formazione, per me, si misura soprattutto nel momento in cui qualcosa non segue il piano. Se durante l’intervento compare un errore di registrazione, un problema di calibrazione o un dato non coerente con ciò che vedo, devo riconoscerlo. Se il sistema presenta un malfunzionamento, devo essere in grado di proseguire senza dipendere dalla macchina. E se l’anatomia o i tessuti mi indicano che il piano elaborato prima dell’intervento deve essere modificato, devo sapere quando farlo.

Perché oggi dobbiamo aggiornarci continuamente

Cinque anni, nella tecnologia chirurgica, iniziano a essere un periodo molto lungo. Oggi abbiamo piattaforme più integrate, sistemi differenti e una letteratura scientifica molto più ampia rispetto al passato. 

La robotica ha dimostrato vantaggi soprattutto nella precisione con cui possiamo eseguire quanto pianificato, ma precisione chirurgica e risultato percepito dal paziente non sono necessariamente la stessa cosa. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025, che ha analizzato 21 studi randomizzati per un totale di 2.692 pazienti sottoposti a protesi totale di ginocchio, ha rilevato con la chirurgia robotica una maggiore accuratezza dell’allineamento rispetto alla tecnica convenzionale. Questa maggiore precisione, però, non si è tradotta in risultati funzionali superiori nel breve e medio periodo: non sono emerse differenze significative in scale come WOMAC e Oxford Knee Score. 

Per questo aggiornarsi significa studiare sia la tecnologia sia i suoi risultati, ma anche conoscere una nuova versione del software, chiedersi se quella funzione abbia modificato qualcosa per i pazienti, confrontarsi con colleghi che eseguono quotidianamente chirurgia protesica, lavorare in strutture nelle quali esiste un elevato volume di casi e analizzare i propri risultati nel tempo.

È il motivo per cui considero preziosa la mia attività all’interno di realtà dedicate alla chirurgia protesica avanzata. La mia formazione parte dalla specializzazione in Ortopedia e Traumatologia e si è sviluppata attraverso l’esperienza nella protesica di anca e ginocchio e il lavoro in un centro dedicato alla chirurgia protesica robotica avanzata e mininvasiva. Lavorare quotidianamente con queste tecnologie permette di conoscerne le potenzialità, ma soprattutto di comprenderne i limiti.

La tecnologia cambia. Il criterio con cui decidiamo deve rimanere clinico

Credo che la formazione del chirurgo ortopedico nei prossimi anni diventerà sempre più tecnologica. Dovremo conoscere pianificazione tridimensionale, sistemi di navigazione, robotica e strumenti digitali sempre più evoluti. Allo stesso tempo dovremo mantenere una competenza chirurgica indipendente dalla macchina.

Perché alla fine il paziente che entra nel mio ambulatorio chiede a me di aiutarlo a stare meglio e non al robot.

A volte la robotica può offrirmi informazioni preziose e una precisione maggiore. In altri casi una tecnica convenzionale eseguita correttamente può essere perfettamente adeguata. La competenza consiste anche nel conoscere la differenza.

Chiediamoci in quale paziente, con quale tecnica e in quali condizioni la tecnologia robotica possa aggiungere un beneficio reale.

Ed ecco perché la formazione è importante. Più strumenti abbiamo a disposizione, più dobbiamo sapere scegliere. 

Se ti è stata proposta una protesi di anca o ginocchio e vuoi capire se sia il momento di intervenire, valutiamo insieme il tuo caso! 

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